Un bambino che tarda a parlare non è pigro. Analisi del ritardo e dei disturbi del linguaggio.

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Perché mio figlio non parla ancora? Imparerà mai ad esprimersi? Perché pronuncia male alcune parole? Queste solo alcune delle domande a cui spesso ci capita di dover rispondere e che posso essere sintomo di ritardo o disturbi del linguaggio.

Il ritardo di linguaggio in età evolutiva costituisce attualmente una condizione piuttosto diffusa. Secondo uno studio di Desmarais, Silvestre et al. (2008), la prevalenza dei cosiddetti “Late talkers”, consisterebbe circa nel 15% della popolazione. Si definiscono tali, i bambini che:

• non utilizzano i gesti;
• non presentano l’imitazione del gioco combinatorio;
• presentano una ridotto gioco simbolico (24-30 mesi);
• mancano di acquisizione di schemi d’azione con gli oggetti (12 mesi);
• possiedono un vocabolario inferiore a 50 parole a 24 mesi;
• non hanno accesso alla fase combinatoria a 30 mesi;
• hanno una comparsa tardiva della lallazione, mentre le prime parole possono essere prodotte a 18 mesi circa;
• intorno ai 2-3 anni, cominciano a dire un numero più o meno ampio di parole, ma non riescono comunque a produrre strutture frasali e che quindi solamente i genitori riescono ad interpretare le loro richieste all’interno di un contesto routinario;
• hanno un ritardo nella comparsa delle prime combinazioni di gesto-parola;
• hanno un deficit nella comprensione di ordini non contestualizzati e che
• implicano una decodifica linguistica (24-30 mesi).

Tra i bambini di 30-35 mesi si trovano il 16% con vocabolario ridotto e scarsa capacità combinatoria: sono bambini a rischio per lo sviluppo di disturbi del linguaggio che sono condizioni in cui l’acquisizione delle normali abilità linguistiche è disturbata sin dai primi stadi dello sviluppo in assenza di compromissioni neurologiche, cognitive, sensoriali e ambientali. Il disturbo può riguardare l’articolazione della parola, la capacità espressiva, la comprensione verbale. Questi bambini sono a rischio per lo sviluppo di DSA e di disturbi emozionali e /o relazionali. Risulta pertanto importante individuare e sostenere i bambini che presentano ritardo del linguaggio o DSL.

Cosa si intende per disturbi del linguaggio?

I disturbi di linguaggio sono un gruppo eterogeneo di disfunzioni che riguardano le abilità linguistiche e che si possono suddividere in due grandi categorie:

– disturbi primari o disturbi specifici di linguaggio (DSL), caratterizzati dall’assenza di problemi cognitivi, relazionali, neuromotori e sensoriali.
Si manifesta con problemi nell’acquisizione e nell’uso di diverse modalità di linguaggio (parlato, scritto, gestuale o di altro tipo), causati da deficit della comprensione e/o della produzione del linguaggio, questi problemi riguardano: una riduzione del lessico, una scarsa o assente strutturazione della frase (capacità di utilizzare regole sintattiche e morfologiche) e una mancata o ridotta fluenza del discorso (capacità di utilizzare le parole organizzandole in frasi di senso compiuto e legarle tra loro in una conversazione).

 

Quali sono le cause dei disturbi del linguaggio?

Tra le cause più comuni di ritardo semplice del linguaggio è possibile riscontrare:

• una stimolazione familiare ridotta o assente,
• un’alterazione del rapporto madre-figlio,
• la nascita di un fratello,
• gemellanza,
• prematurità,
• ricoveri ospedalieri prolungati
• malattie a lungo decorso
• anomalie della trasmissione e delle connessioni neuronali

– disturbi del linguaggio secondario le cui difficoltà di linguaggio sono dovute alla presenza di condizioni patologiche:

• strutturali: problemi uditivi, anomalie oro-bucco/facciali (palatoschisi), otiti;
• neurologiche: epilessie, paralisi cerebrali;
• ritardi mentali più o meno gravi.

Quindi è bene tenere a mente che il bambino che tarda a parlare non è da definirsi PIGRO. Questa definizione è da ritenere assolutamente infondata e scorretta in quanto il concetto di pigrizia presuppone la scelta volontaria di non voler fare una determinata cosa – in questo caso di parlare – e ciò è assolutamente incompatibile con il livello di consapevolezza che può avere un bambino di pochi mesi.
Inoltre il concetto di pigrizia potrebbe portare ad un atteggiamento di attesa nella convinzione che il bambino “prima o poi parlerà” poiché già ne possiede la capacità ma deve solo “sbloccarsi” e decidere di farlo. Bisognerebbe quindi sostituire il concetto di “pigrizia” con il concetto di “inabilità”: il bambino che tarda a parlare non va considerato pigro, ma momentaneamente “inabile” ovvero incapace di esprimersi verbalmente in quanto non ha ancora raggiunto i necessari prerequisiti per attivare un’abilità complessa come il linguaggio.
Ragionando in questi termini si evita di aspettare tempo prezioso prima di rivolgersi ai professionisti competenti per un consulto e una valutazione specialistica.
I professionisti a cui rivolgersi sono rappresentati da:

• Il neuropsichiatra infantile, il quale è in grado di fare un inquadramento generale dello sviluppo del bambino (sul piano linguistico, ma anche sul piano psicomotorio, cognitivo, comportamentale etc.) rilasciando una diagnosi;
• Il logopedista, che effettua la valutazione logopedica ovvero la valutazione delle abilità comunicativo-linguistiche del bambino al fine di inquadrare le sue difficoltà ed il successivo programma riabilitativo.

 

Il trattamento Logopedico

Può essere erogato sia in forma individuale che in piccolo gruppo. In caso di adeguate competenze di comprensione si può attendere fino ai 36 mesi per intraprenderlo, diversamente va valutata un’eventuale presa in carico precoce.
Sempre più frequentemente, alla terapia logopedica diretta vengono affiancati interventi indiretti, molto indicati soprattutto prima dei 36 mesi di vita del bambino.
Un modello di intervento indiretto è il Parent Training in cui i genitori diventano protagonisti attivi dell’intervento riabilitativo del proprio bambino, grazie alle strategie psicoeducative fornite dallo specialista Psicologo.
Numerosi accorgimenti possono essere adottati quotidianamente per favorire lo sviluppo linguistico del proprio bambino; tra queste vi è:

1. Usare frasi complete e semplici, utilizzando sempre parole “non deformate”, infatti gradualmente con la crescita del bambino è opportuno abbandonare il “baby talk”;
2. Parlare lentamente e con un tono di voce adeguato, senza alterare in ogni caso la normalità dell’eloquio;
3. Sarebbe opportuno non correggere la pronuncia delle parole del bambino, ma è sicuramente più opportuno fornire il modello corretto della parola stessa ripetendo la parola/frase bersaglio;
4. Inoltre possono essere proposti giochi che promuovano lo sviluppo linguistico, come un semplice memory con gli animali;
5. Risulta essere utile anche leggere assieme al bambino libri adeguati per la sua età, preferibilmente riguardanti contesti routinari;
6. Infine è bene controllare la disposizione dei giochi, i quali non dovrebbero essere direttamente raggiungibili dal bambino, di modo che sia stimolato a richiederli ai genitori per ottenerli.

La collaborazione della famiglia al progetto riabilitativo logopedico per garantirne il successo è in ogni caso imprescindibile e risulta essere importante tanto come il trattamento effettuato con la terapista, infatti specialmente in questi casi è bene attuare cooperazione sinergica. Nei disturbi del linguaggio i genitori possono utilizzare alcune strategie educative che hanno lo scopo di favorire uno sviluppo più adeguato sia delle competenze di comprensione che produzione.
È utile promuovere interazioni sociali il più possibile adeguate alle competenze comunicative del bambino e promuovere la sua iniziativa sociale.
In un gioco condiviso il genitore potrebbe fornire stimoli linguistici associati agli oggetti utilizzati o alle azioni che si svolgono (nominare gli oggetti o commentare in diretta quello che accade), così da favorirne l’assimilazione.
L’adulto deve porsi all’interno dell’interazione come un osservatore sensibile e responsivo, in grado di attendere la risposta del bambino, senza sovrastare e/o anticipare il bambino. Il bambino viene cosi riconosciuto come partner della conversazione reciproca. É importante inoltre riconoscere, accogliere ed interpretare tutti i comportamenti comunicativi del bambino, verbali e non verbali.
Un’altra strategia può essere quella di semplificare il linguaggio diretto al bambino.

 

Quali sono gli errori da evitare?

In conclusione ecco alcuni errori da evitare quando ci relazioniamo con bambini che presentano un ritardo o disturbo del linguaggio:

• evitare di chiedere con insistenza di ripete una parola bene se il bambino la pronuncia nella forma non corretta: ciò potrebbe portare frustrazione nel bambino, il quale per giunta non è ancora consapevole dell’errore.
• evitare di commentare negativamente e dire al bambino frasi del tipo “lo sai fare, sforzati” etc.
• evitare di far finta di non capire con lo scopo di spingere il bambino a sforzarsi a fare meglio: il bambino in quel momento si sta esprimendo mettendo già in atto il massimo delle sue potenzialità.
• evitare di colpevolizzare il bambino e parlare esplicitamente delle sue difficoltà davanti a lui.

 

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Autore: Dott.ssa Antonella Laera
Logopedista
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